La maternità come scelta e non come obbligo sociale: attraverso la scrittura, l’autrice invita a superare stereotipi e pregiudizi e a riconoscere a ogni donna il diritto di costruire liberamente la propria identità.

C’è una domanda che, ancora oggi, molte donne si sentono rivolgere, talvolta con curiosità, altre volte con una punta di giudizio: «Ma perché non hai figli?». Come se la maternità fosse una tappa obbligatoria, un passaggio indispensabile per completare la propria identità femminile. Eppure, essere donna non significa necessariamente diventare madre. Ci sono donne che scelgono consapevolmente di non avere figli, altre che avrebbero desiderato averne ma che, per circostanze della vita, motivazioni personali o percorsi differenti, non hanno potuto vivere la maternità. Storie diverse, accomunate da un diritto fondamentale: quello di non dover giustificare la propria esistenza e le proprie scelte.

È da questa riflessione che prende spunto il nostro incontro con Assia Penta, scrittrice che ha fatto della sensibilità, dell’introspezione e dell’attenzione verso le fragilità umane il filo conduttore della propria produzione letteraria.

Dopo un percorso nel mondo della moda, Assia ha trovato nella scrittura uno spazio di espressione e di rinascita. Nei suoi libri ha affrontato temi come l’accettazione di sé, le relazioni complicate, la violenza invisibile, la dipendenza emotiva, il rispetto e la libertà di essere autenticamente sé stessi.

Da Una curvy in una jungla a Tre donne, passando per Attimi di follia, Voci e ferite della violenza invisibile, Cuori LGBT+ e Amarsi dopo il caos, il suo universo letterario dà voce a esperienze e sensibilità differenti, mettendo al centro le persone e la loro possibilità di trovare una strada personale.

Oggi la riflessione si concentra su un tema delicato e profondamente attuale: la maternità non come obbligo sociale, ma come scelta. Perché una donna non dovrebbe essere definita da ciò che ha dato alla luce, ma da ciò che è, da ciò che sente, dai suoi desideri e dal percorso che ha costruito.

INTERVISTA AD ASSIA PENTA

Assia, partiamo da una questione che sembra semplice, ma che in realtà tocca un nervo scoperto della nostra società: perché ancora oggi si tende a identificare la femminilità con la maternità?

Credo che sia il risultato di un modello culturale che per molto tempo ha associato il ruolo della donna soprattutto alla famiglia e alla capacità di diventare madre. È un’immagine che si è tramandata negli anni e che, anche se oggi la società è cambiata, continua a influenzare il modo in cui guardiamo alle donne. La maternità è un’esperienza meravigliosa per chi la desidera e la vive, ma non può diventare un parametro attraverso il quale misurare il valore di una persona. Una donna è donna a prescindere dal fatto che abbia o meno dei figli.

C’è una differenza tra chi sceglie liberamente di non diventare madre e chi, invece, non ha potuto esserlo?

Certamente, sono percorsi profondamente diversi e sarebbe sbagliato metterli sullo stesso piano. C’è chi compie una scelta consapevole, chi incontra ostacoli, chi attraversa situazioni personali o fisiche difficili e chi semplicemente si ritrova a vivere una vita diversa da quella che aveva immaginato. Ogni storia merita rispetto. Il punto comune è che nessuna donna dovrebbe essere costretta a raccontare le proprie ragioni o a sentirsi in difetto davanti agli altri.

Capita spesso che una donna senza figli debba rispondere a domande indiscrete o confrontarsi con frasi come «te ne pentirai» oppure «cambierai idea». Quanto possono ferire queste parole?

Possono ferire molto, soprattutto quando dietro una situazione apparentemente semplice si nasconde una storia che gli altri non conoscono. Non sappiamo mai cosa ci sia dietro una scelta, un silenzio o una mancanza. A volte una domanda che per chi la pone sembra innocente può riaprire una ferita. Dovremmo imparare a rispettare maggiormente la sfera privata delle persone, senza pensare di avere il diritto di entrare in ogni aspetto della loro vita.

La società sembra chiedere alle donne di essere sempre all’altezza di molte aspettative: belle, realizzate professionalmente, capaci di amare, di costruire una famiglia e, possibilmente, di essere anche madri. Non è un peso eccessivo?

Sì, perché spesso alla donna viene chiesto di dimostrare continuamente qualcosa. Deve essere indipendente, ma non troppo; deve realizzarsi professionalmente, ma anche dedicarsi alla famiglia; deve essere bella, ma senza sembrare troppo concentrata su sé stessa. Sono aspettative che rischiano di trasformarsi in una gabbia. Penso che la vera libertà consista nel poter scegliere senza sentirsi obbligate a rispettare un modello prestabilito.

Nei tuoi libri il mondo femminile è spesso raccontato attraverso fragilità, ferite, condizionamenti e rinascite. Quanto questa riflessione si collega al tuo percorso di scrittrice?

Si collega molto. Nei miei libri ho sempre cercato di raccontare donne che, in modi differenti, si confrontano con il giudizio degli altri e con le difficoltà di riconoscere il proprio valore. Penso a Una curvy in una jungla, che affronta il tema dell’accettazione del corpo, a Tre donne, alle protagoniste di Attimi di follia e alle storie di Voci e ferite della violenza invisibile. Anche Amarsi dopo il caos si inserisce in questo percorso: imparare a riconoscersi, rispettarsi e non perdere sé stessi. Il filo conduttore è la libertà di essere autentici.

C’è un elemento che accomuna tutte queste storie?

La ricerca di sé. Credo che ogni persona, prima o poi, debba confrontarsi con le aspettative degli altri e capire quanto queste influenzino le proprie decisioni. Le protagoniste delle mie storie, pur vivendo esperienze diverse, cercano di ritrovare una propria identità. E questo vale anche per una donna che decide di non avere figli o che si trova a vivere una maternità mancata: non deve sentirsi meno completa o meno degna di essere felice.

Vorresti che questo tema arrivasse soprattutto alle donne, oppure anche agli uomini?

A tutti. Perché il rispetto delle scelte femminili non è una questione che riguarda soltanto le donne. Anche gli uomini devono imparare a non giudicare, a non considerare la maternità una condizione indispensabile per la realizzazione di una donna. Dobbiamo costruire una cultura nella quale le persone possano raccontarsi senza paura di essere etichettate.

Se dovessi lasciare un messaggio a una donna che si sente giudicata perché non è madre, quale sarebbe?

Le direi di non permettere a nessuno di stabilire quanto vale o quanto sia completa. Non deve dimostrare niente, né spiegare continuamente le proprie scelte. La sua vita ha valore per quello che è, per le esperienze che vive, per gli affetti che coltiva, per i sogni che realizza e per la persona che è diventata. Non esiste un unico modo di essere donna e non esiste un’unica strada per essere felici.

E se dovessi riassumere in una frase il significato di questa riflessione?

Essere donna non è un ruolo da interpretare e non è un traguardo da raggiungere attraverso la maternità. È un’identità, una libertà e un diritto. E ogni donna dovrebbe poterla vivere senza sentirsi giudicata.

Il messaggio che emerge da questa riflessione è chiaro: la maternità può essere una scelta meravigliosa, ma non deve diventare un obbligo né una misura del valore femminile. Esistono tanti modi di amare, di costruire una famiglia, di lasciare un segno e di dare significato alla propria esistenza.

Attraverso la scrittura, Assia Penta continua a portare l’attenzione su ciò che spesso rimane inespresso: le fragilità, le differenze, le ferite e il bisogno di essere accettati. Perché la vera conquista non è riuscire a rientrare nel modello che la società ci propone, ma trovare il coraggio di essere sé stessi.

 

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