Gloria Battista con il papà

Il Mago di Arcella davanti al Tribunale di Velletri: il caso che chiama il giudice Maurizio Colangelo a separare il diritto dall’illusione.
La difesa della figlia del Mago, Battista Gloria, affidata all’avv. Carlo Affinito tra nullità dei titoli e vendite senza proprietà.
C’è un momento, nei processi, in cui il diritto smette di essere una materia arida e si trasforma in racconto umano.
È il momento in cui le carte parlano, e parlano chiaro. Senza infingimenti. Senza comode ambiguità.

E allora bisogna avere il coraggio di dirlo.
Perché questa non è una storia qualsiasi.
È la storia di una proprietà che qualcuno ha venduto senza averla mai posseduta.

È la storia di un’eredità contesa, di passaggi costruiti ad arte, di atti che somigliano più a scenografie che a reali trasferimenti giuridici.
È, soprattutto, la storia di chi ha comprato – o creduto di comprare – ciò che, in termini giuridici, non esisteva.

Aria fritta.

Gloria Battista con l’avvocato difensore Carlo Affinito.

La protagonista è la sig.ra Battista Gloria, assistita dall’avvocato Carlo Affinito, che ha portato in aula una ricostruzione tanto lineare quanto implacabile: nessuno può trasferire più diritti di quanti ne abbia. Nemo plus iuris transferre potest quam ipse habet. Non è un’opinione. È diritto romano. È civiltà giuridica. È la base stessa della proprietà.

Eppure, qualcuno ha provato a ignorarlo.

I figli di secondo letto del cosiddetto “Mago di Arcella”, Antonio Battista, hanno agito come se quei beni fossero loro. Li hanno trattati come propri. Li hanno venduti. Ma quei beni – ed è questo il punto che fa crollare l’intero impianto difensivo della società acquirente – non erano mai entrati nella loro sfera giuridica. Non lo erano stati allora, non lo sono diventati dopo.

Perché il passaggio che avrebbe dovuto giustificarne la titolarità era, in realtà, un artificio.

Un trasferimento immobiliare costruito nell’ambito di una separazione e di un divorzio consensuale, studiati – secondo quanto emerge – con finalità meramente fiscali. Un’operazione che, anziché consolidare diritti, li ha svuotati. E che, soprattutto, è stata successivamente travolta dalla declaratoria di nullità pronunciata dal Tribunale di Roma.

Nullità.

Una parola che, nel diritto, non lascia spazio a interpretazioni romantiche: ciò che è nullo non produce effetti. Non ieri, non oggi, non domani.

E allora la conseguenza è brutale nella sua semplicità: se il trasferimento era nullo, quei beni non sono mai usciti dalla sfera del dante causa, il Mago di Arcella. E se non ne sono mai usciti, non potevano certo entrare in quella dei figli di secondo letto. E se non vi sono mai entrati, non potevano essere venduti.

Eppure, sono stati venduti.

La società, che ha acquistato dai figli di secondo letto del Mago, si trova, oggi, inevitabilmente, al centro di una verità scomoda: non ha acquistato un immobile. Ha acquistato un’illusione giuridica. Un titolo privo di fondamento. Una promessa senza oggetto.

Aria fritta, appunto.

La vicenda, ora, è all’esame del Tribunale di Velletri, dinanzi al dott. Maurizio Colangelo, magistrato noto per preparazione e imparzialità – qualità che, in casi come questo, non sono semplicemente apprezzabili, ma necessarie. Perché quando il diritto viene piegato da costruzioni artificiose, serve qualcuno capace di raddrizzarlo senza esitazioni.

Le carte parlano chiaro. E parlano di una proprietà che, lungi dall’essere stata validamente trasferita, è rimasta dove doveva restare: nella sfera di chi oggi la rivendica come unica erede.

La sig.ra Battista Gloria, l’unica figlia del Mago di Arcella ad averne accettato l’eredità.

Non è una battaglia di trascrizioni. Non è una questione di priorità formali. È qualcosa di più radicale: è l’assenza stessa del titolo. È il vuoto sotto i piedi di chi credeva di camminare su un terreno solido.

E il diritto, quando è autentico, non tollera il vuoto.

Lo colma con la verità.

E poi c’è un dettaglio che, in altri tempi, avrebbe fatto sorridere – ma che oggi inquieta. L’udienza di lunedì 23 marzo non avrà voci, non avrà sguardi, non avrà quel confronto diretto che spesso illumina più delle carte. Sarà cartolare. Silenziosa. Asciutta. Il giudice dovrà entrare da solo nel fascicolo telematico, come in una stanza piena di verità sparse, e ricomporle una ad una, senza che nessuno possa guidarlo, sottolinearle, incalzarle. È un processo che si consuma nel silenzio digitale, dove la forza delle argomentazioni deve bastare a sé stessa, senza il conforto dell’oralità. E forse è proprio qui che si misura la solidità di una tesi: quando non ha bisogno di voce per imporsi.

Nel frattempo, la società tenta di costruirsi un’uscita di sicurezza: chiede di chiamare in causa i figli di secondo letto del Mago di Arcella, come se bastasse spostare il peso della responsabilità per alleggerire il proprio. Ma il nodo resta, ed è un nodo che non si scioglie con una chiamata in garanzia. Perché, secondo la prospettazione di Battista Gloria, quell’acquisto nasce già viziato: nasce nella mala fede. Una mala fede che prende forma in un gesto preciso, quasi rivelatore – aver dispensato il notaio dalle visure. Un gesto che pesa. Perché quelle visure, se effettuate, avrebbero raccontato un’altra storia: avrebbero mostrato che il titolo di provenienza riguardava il terreno, e non i manufatti; che quei beni erano stati acquistati dai figli di secondo letto nell’ambito della disciplina degli usi civici, e dunque con limiti evidenti, incompatibili con la pretesa piena proprietà poi trasferita.

E allora la domanda resta sospesa, ma inevitabile: si può davvero invocare la buona fede quando si sceglie, consapevolmente, di non vedere?

a cura di: Lorena Fantauzzi
> Tel.3534681345

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